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Formazza mountains

Circa un anno fa attraversavo in macchina il confine italo-svizzero, poi quello svizzero-austriaco e infine quello austro-tedesco. Tornavo a casa col bagagliaio colmo di leccornie, piena di spirito e con le pile finalmente cariche, dopo la mia prima vera vacanza sulla neve.

Di quella vacanza non dimenticherò mai le mie primissime (nonché assolutamente disastrose) volte sugli sci, il piacere di un piatto di polenta concia alla fine di una gelida giornata e la malinconia di abbandonare la montagna a fine vacanza, che ha scatenato in me una forte voglia di conoscere meglio l’Italia. Non che la cosa non mi interessasse prima, ma era stata messa in secondo piano da anni e anni (una vita!) di spasmodica ricerca del “lontano”, dell’esotico, della vacanza rigorosamente all’estero.

In un modo o nell’altro questa malinconia d’inizio gennaio è stata un presagio e, nonostante avessi programmato un anno di viaggi come sempre all’estero, ne ho potuto fare solo uno. Per il resto, l’anno appena passato, odiato in massa dai più, come se allo scoccare della mezzanotte il nostro destino abbia cambiato inesorabilmente direzione, ha soddisfatto questa mia ritrovata voglia di italianità. Ho finalmente passato molto tempo in Sardegna e ho potuto scoprirla un po’ di più, ho fatto un road trip (e mangiato moltissimo!) in Puglia, e ho scoperto anche Genova e qualche paesino in Liguria in due puntate, una estiva e una autunnale.

Ma la (ri)scoperta di questa dimensione locale a livello di viaggi e turismo non è stata per me l’unica cosa bella dei mesi trascorsi. È come se questa nuova quotidianità a corto raggio si fosse impadronita di tutti gli aspetti della vita col risultato che il 2020 è stata la realizzazione di un mio grandissimo desiderio: avere tempo. Tempo per fare cose o, spesso, semplicemente per smettere di fare, fermarsi, non necessariamente produrre. Tempo a mia completa disposizione, di cui io sono l’unica padrona. Nonostante l’attuale, indiscussa mancanza della dimensione sociale, la tanto agognata “normalità”, di cui sentiamo la nostalgia, è anche la causa di quelle numerose giornate dal ritmo incalzante che ci lasciano stanchi e incapaci di pensare a noi.

Da brava amante di una vita organizzata (ma non schedulata!) e da sostenitrice del buon proposito (non per forza d’inizio anno), il mio obiettivo per i mesi futuri è più che altro un desiderio: provare a incorporare almeno in parte questa nuova dimensione di ritrovata lentezza all’interno della “normalità”, quando essa tornerà. E nel frattempo che tutto si sistema, non vedo motivo di crearci aspettative sul nuovo anno appena cominciato, quasi fosse il redentore di tutti i mali, ma che sappiamo bene sarà comunque diverso. Mi auspico invece un approccio all’insegna della cautela e della gradualità, volto a gettare le basi di una ritrovata vita sociale, piuttosto che a buttarsi a capofitto nella spasmodica ricerca del mondo come lo conoscevamo fino a un anno fa.

Annalisa

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