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Queste sentite riflessioni d’ufficio fanno la loro comparsa sul web travestite da gioco di parole, proprio pochi giorni dopo la mia (ri)comparsa, anche se solo per un giorno, dietro ai due schermi in un ufficio nel centro di Amburgo in cui non mettevo piede da ormai quasi sette mesi. Se me lo avessero detto anche solo un anno fa, la prospettiva di stare lontana dalla scrivania, dagli schermi e dalla postazione ergonomica per così tanto tempo e per una decisione non mia mi avrebbe spaventata parecchio. Sono stata per anni una gran sostenitrice della routine settimanale e del weekend di riposo. Tutto questo perché nella mia vita precedente una routine non l’avevo proprio.

E la mia vita precedente risale a meno di cinque anni fa quando indossavo quasi quotidianamente rossetto rosso e scarpe scomode, non sapevo mai che giorno della settimana fosse, e andavo a spasso tra i fusi orari. Vivevo, letteralmente, tra Dubai e il resto del mondo e mi chiamavano, a seconda dei casi, assistente di volo, flight attendand, trolley dolley, hey-sista-gimme-water. Quella vita da giramondo mi ha divertita, arricchita, gratificata ma mi ha anche decisamente stremata. Ecco perché dopo anni di andirivieni, sali e scendi ho deciso di ritirarmi alla vita d’ufficio, avvolgendo le mie giornate in una dimensione di quotidianità che tanto mi era mancata.

Questo strano anno che stiamo passando è un po’ come tornare indietro a quella sensazione di stordimento che attraversare i fusi orari mi dava, a quella mancanza di routine che spesso mi disorientava. Non perché il corpo e la mente siano frastornati dal jet lag, ovviamente, ma piuttosto per la sensazione d’incertezza legata al fatto di non sapere in che mondo ci sveglieremo domani.

Ad oggi non sono più una sostenitrice del 9 to 5 senza se e senza ma. La routine mi piace ancora tanto a patto di spezzarla spesso a suon di vacanze e weekend fuori porta, mi mancano moltissimo la socialità legata all’ufficio, la pausa pranzo con i colleghi, la sensazione bellissima di tornare a casa dopo una giornata intera fuori e apprezzare davvero i propri spazi. Ma al di là di questo è ormai chiaro che molte altre forme di lavoro più flessibile siano altrettanto valide e la pandemia ce lo ha mostrato in pieno.

La cosa che già sospettavo ma che ora mi è assolutamente chiara è che in qualsiasi modalità si lavori, spesso si confonde il lavorare sodo con il lavorare in maniera esagerata, arrivando a identificarci con il lavoro stesso ed ergendolo a parte fondamentale della vita. Mentre sarebbe auspicabile vederlo come un mezzo, uno strumento che, per quanto gratificante possa essere, dovrebbe permetterci, oltre che di vivere, di realizzare scopi più personali, progetti di vita ai quali dovremmo probabilmente lasciare per la maggior parte il compito di definirci davvero.

Annalisa

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